Scrivere avverbiatamente

Quando si scrive si incede facilmente nell’abuso di avverbi. Generalmente l’avverbio viene aborrito e tipicamente si chiede di moderarne l’uso. Praticamente, meno avverbi ci sono nel testo, più gradevolmente si procede nella lettura.

Concordo, il troppo stroppia, ma… gli avverbi mi piacciono.

Questa che segue è la definizione della parte del discorso sinteticamente definita avverbio:

http://it.wikipedia.org/wiki/Avverbio

L’avverbio (dal latino ad verbum, “vicino al verbo”, calco del greco epìrrhema) è una parte del discorso invariabile con funzione di “modificatore semantico”. Viene usato per modificare o determinare il significato di altre categorie grammaticali (tipicamente gli aggettivi ma anche altri avverbi) o persino un’intera frase. Per la grammatica tradizionale (come attesta l’etimologia), l’avverbio era il modificatore del verbo.

L’avverbio modifica il significato secondo diversi aspetti:

  • il tempo (ancora, immediatamente, dopo, ieri)
  • la quantità (troppo, poco, assai, scarsamente)
  • il luogo (su, giù, sopra, davanti, indietro)
  • modalità dell’azione (lentamente, piano)
  • il giudizio che il parlante matura su un fatto (veramente, davvero, probabilmente)

La ricchezza di significati che caratterizza gli avverbi determina una grande varietà di usi sintattici.

Cosa dice il Re a proposito dell’avverbio, quanto ha calcato la mano ?

onWritingL’altro consiglio che desidero darvi prima di passare al prossimo vassoio della nostra cassetta è questo: l’avverbio non è vostro amico. Gli avverbi, come ricorderete di aver appreso nella vostra versione del corso di «Business English», sono parole che modificano verbi, aggettivi o altri avverbi. Sono quelli che di solito finiscono in –ly [-mente]. Gli avverbi, come la forma passiva, devono essere un’invenzione dello scrittore timido.

On writing di Sthephen King

Per proprietà transitiva, oltre per stretta considerazione logica, King non pare amico dell’avverbio. Eppure l’avverbio spesso ci stende una mano. Mentre discutiamo e dobbiamo elaborare un concetto nelle retrovie dalla mente, un praticamente o un essenzialmente possono tornare estremamente utili. Quando dobbiamo aumentare il numero di caratteri del testo e siamo a corto di  idee ulteriori, pure, l’avverbio appropriato assolve il suo compito ricevendo in cambio solo ingratitudine. Il consiglio più diffuso è il seguente: togliere l’avverbio dalla frase e vedere se la frase funziona ancora bene. Nel caso, eliminarlo senza pietà.

Consideriamo la frase:
Chiuse la porta saldamente.

Niente di terribile, intendiamoci (almeno il verbo è nella sua forma attiva), ma chiedetevi se «saldamente» è proprio indispensabile. Potreste obiettare che esprime una via di mezzo tra «Chiuse la porta» e «Sbarrò la porta», e non sarò certo io a contraddirvi… ma come la mettiamo con il contesto? Dove è andata a finire tutta quella prosa così espressiva (per non dire emotivamente evocativa) che veniva prima di «Chiuse la porta saldamente»? Non dovrebbe bastarci tutto questo a spiegarci in che modo chiuse la porta? E se la prosa precedente ce lo ha fatto intuire, quel «saldamente» non è una parola in più? Non è pleonastica?

Qualcuno ora mi sta certamente accusando di essere noioso e bacchettone. Smentisco. Io credo che la via per l’inferno sia lastricata di avverbi e sono pronto a salire sui tetti per gridarlo a tutti. Per metterla in altre parole, è come i denti di leone. Ne avete uno nel prato di casa vostra, è grazioso e unico. Se non lo estirpate, però, il giorno dopo ne trovate cinque… cinquanta il giorno dopo ancora… e poi, fratelli e sorelle, il vostro prato sarà totalmente, completamente e dissolutamente coperto di denti di leone. A quel punto li vedrete per quelle erbacce che sono in realtà, ma a quel punto sarà – ARGH!! – troppo tardi. So essere indulgente con gli avverbi, però. Sì, credetemi. Con un’eccezione: il dialogo. Insisto affinché usiate gli avverbi nel dialogo solo nei casi estremi e speciali… ed evitatelo anche allora, se potete.

On writing di Sthephen King

avverbiIl web risuona di strali contro l’avverbio, tutti lo guardano con occhio clinico e implacabile. Del resto è facile apprezzare le frasi essenziali, la cui  bellezza scaturita  dalla semplicità si sposa spesso all’efficacia. Creare periodii brevi per esprimere pensieri complessi richiede maestria e competenza nell’utilizzo degli strumenti linguistici. Tuttavia, indugiare sull’onda delle emozioni e prolungare le sensazioni, spesso può risultare altrettanto gradevole se il tutto si associa con naturalezza al giusto stato d’animo del lettore.  Inoltre anche il Re, alla fine della sua crociata, diventa indulgente o almeno… lo diventa con se stesso.

Siamo di fronte a un caso di predicare bene e razzolare male? Il lettore ha il sacrosanto diritto di fare questa domanda e io ho il dovere di dare una risposta onesta. Sì. Lo siamo. Basta che diate un’occhiata ad alcuni miei lavori per sapere che sono un normale peccatore come tanti. Me la sono cavata bene nell’evitare la forma passiva, ma ho seminato nelle mie pagine la mia brava dose di avverbi, compresi alcuni (mi vergogno ad ammetterlo) nella descrizione dei dialoghi (senza mai scendere a «crocidare» o «Bill ciangolò», comunque.) Quando lo faccio, sono spinto di solito dalla stessa motivazione di ogni altro scrittore: ho paura che, non facendolo, il lettore non mi capisca.

                                                                                                         On writing di Sthephen King

Insomma, concediamo all’avverbio dosato la possibilità di avere una dignità sua propria all’interno del contesto. Il ritmo della frase come pure il sentire del personaggio in un determinato momento, potrebbero richiedere una certa languidezza, uno strascichio lezioso, una decisa volontà di precisare o rafforzare o indebolire. L’avverbio ben collocato può rappresentare un escamotage arguto e sollevare lo scrittore dall’onere di indugiare troppo sul termine che lo segue alla ricerca spasmodica della parola chiave più appropriata

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5 commenti su “Scrivere avverbiatamente”

  1. sage aprile 3, 2013 a 9:12 am #

    la mia impressione è che quando uno scrive è sufficiente che metta i puntini sugli ( sulle ?) i
    🙂

  2. Maria Grazia Beltrami aprile 15, 2013 a 9:38 am #

    Ha ragione il re, gli avverbi sono nostri nemici, cum grano salis ovviamente, perché l’italiano non è l’inglese e ogni lingua ha i suoi ritmi.
    Pensate alla frase famosa di Alfieri “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”, l’avverbio è indispensabile.
    Il fatto è che in medio stat virtus, quindi un avverbio messo al posto giusto va benissimo, l’uso praticamente esclusivo, ossessivo e ripetitivo non è solo sbagliato, è molesto.

  3. Vincenzo Sale ottobre 12, 2014 a 2:25 pm #

    Buongiorno. Articolo molto interessante.
    Io invece, da semplice parlante l’italiano, sono un pò ossessionato dall’abuso dell’avverbio solo (o anche soltanto e solamente). Tutto è partito diversi anni fa con la marea montante di “non solo”, nei titoli dei giornali, in campo commerciale (insegne, marchi, siti web) ecc.. Poi due o tre anni fa mi son reso conto che la fonte e la causa principale di questo dilagare è la lingua inglese, in modo diretto o indiretto. Io l’inglese mi limito a leggerlo con difficoltà ma ho potuto osservare che di continuo ricorrono only e just (proprio, solo, giusto) nelle frasi, e queste parole vengono sempre tradotte con solo, solamente, soltanto in italiano. Nonostante l’uso dell’inglese sia poco diffuso in Italia, noi tutti vi siamo avvolti tramite le traduzioni dei testi di qualsiasi film, libro, prodotto. Ciò comporta un enorme impoverimento dell’espressione. Per esempio si sentono/ leggono sempre più spesso frasi del tipo: “non solo x…ma anche y” al posto di sia….sia, o di una semplice “e” congiunzione. o “x…e non solo”; o ancora “(è) solo che” . E poi la sbrigatività di frasi tipo: sono solo affari/ é solo lavoro; volevo solo dirti… (Che cosa? Ti amo? E mi sminuisci una cosa tanto importante con un solo? 😉 )
    Esiste un servizio di Google, Ngram Viewr, che analizza la variazione di frequenza delle parole in un enorme archivio di libri dal 1800 al 2008. Guardate le statistiche per “just” per l’inglese americano:
    https://books.google.com/ngrams/graph?content=just&year_start=1800&year_end=2008&corpus=17&smoothing=3&share=&direct_url=t1%3B%2Cjust%3B%2Cc0
    e quelle per “solo”, per l’italiano:
    https://books.google.com/ngrams/graph?content=solo&year_start=1800&year_end=2008&corpus=22&smoothing=3&share=&direct_url=t1%3B%2Csolo%3B%2Cc0.
    Grazie per lo spazio
    Vincenzo

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